13 Maggio 2022

“Il green è sempre più di moda” o “il mondo della moda è sempre più green?”

Ancora meglio…cosa accade quando l’”eco” si insinua nelle nostre amatissime passerelle? Accade che una fashion stylist, sentendosi particolarmente affine al tema, da di matto e appare al pubblico durante una delle sue presentazioni della nuova collezione completamente rasata a zero. In questo specifico caso, avrai capito, sto parlando di Vivienne Westwood, madre della moda punk dei tempi d’oro. La nota stilista dalla caratteristica chioma fulva è talmente decisa a sostenere la lotta ai cambiamenti climatici che ci ha letteralmente “dato un taglio”, determinata a lasciar spazio alla sua reale capigliatura bianca perché “fiera della sua età” e, soprattutto, per sensibilizzare. Il tutto ovviamente durante la Parigi Fashion Week.

 

E’ proprio lei l’autrice della questione amletico-esistenziale con cui ho aperto il post: il suo intento è quello di far riflettere le giovani fashion victims che affollano i negozi delle nostre città (e il web) sul fatto che è sempre meglio andarci piano con gli sprechi.

In altre parole, se proprio non ci si vuole rasare i capelli, almeno è preferibile scegliere un solo abito che piace davvero, piuttosto che mille tanto per fare numero.

Se il suo sostegno a Greenpeace e la sua esortazione a investire sul mondo, piuttosto che sulla moda, è certamente ammirabile, non tutti gli stilisti hanno scelto questa via.

C’è chi, infatti, appare decisamente più confuso e ha ben pensato di creare una connessione tra abito e natura piazzando i modelli nel bel mezzo della foresta (dell’Haldon Forest Park, a Devon, per la precisione). Ti starai chiedendo: “ho capito bene??”

Si, hai capito bene.

 L’idea è nata sotto il progetto Fashion Footprint per opera di simpatici stilisti inglesi del London College of Fashion. Sottolineo il supporto di grandi nomi dell’eco-fashion made in UK, come Orsola de Castro, realizzatrice del London Fashion Week’s Estethica show. L’intento è quello di fare luce sui problemi dell’ecosistema e dell’impatto sociale da parte dell’industria tessile e della moda. Secondo te, ce l’hanno fatta?

 

Partiamo dal concetto che c’è una bella differenza tra un brand che veramente sta aiutando il pianeta e chi lo fa solo perché fa tendenza. E come dare loro torto, se le imprese hanno notato una notevole crescita dei consumi solo conferendo al loro marchio l’attributo “green”?

 Per chi fa marketing, infatti, spesso le parole eco, green, ecosostenibile eccetera eccetera sono, appunto, solo parole; senza tener conto che non c’è una definizione precisa sul tema.

Un vestito è infatti “sostenibile” per quanto riguarda i materiali, i metodi di lavorazione, l’etica, l’impatto ambientale o…?

La realtà è che è piuttosto soggettivo: uno stilista può fregiarsi dell’aggettivo green perché predilige i materiali organici, un altro perché usa oggetti riciclati e così via.

E’ senz’altro green il brand made in Italy eXkite di Enzo Mancini: esso realizza giacche e gilet riutilizzando i vecchi tessuti delle vele da kitesurf. Si tratta di un bellissimo esempio di riciclaggio creativo, intelligente e che assicura prodotti più che resistenti.

Un altro esempio interessante: sappi che di vegano non esiste solo il cibo. Stella McCartney si definisce infatti una “stilista vegana”, combatte l’uso di materiali di origine animale e difende la moda ecosostenibile. In altre parole, non vedrete mai delle pellicce sulle passerelle delle sue collezioni.

Arriviamo però al punto: quali sono gli atteggiamenti dei nostri marchi made in Italy verso il tema?

Di questo se n’è occupata Greenpeace in persona, stilando una lista (la Detox  Catwalk) di 24 marchi globali in base al loro impegno nell’eliminazione delle sostanze tossiche dalle loro produzioni. Tra essi, troviamo nomi a noi più che conosciuti, come Valentino, Benetton e Armani.

E come si sono piazzati i nostri idoli? Si saranno classificati come convinti protettori dell’ecosistema oppure saranno stati marchiati come menefreghisti ambientali?

In testa troviamo proprio Valentino e Benetton, anzi, soprattutto Valentino, che marcia a fianco di Greenpeace per combattere contro la deforestazione. Ha pure eliminato ogni sostanza tossica dalle sue realizzazioni.

 

Se i risultati sono questi, che dire, ben venga!

Esiste però un piccolo spiraglio di innocente vocazione verso una vita rispettosa dell’ambiente, lontano dalle influenze del business dei grandi brand. Questo è il caso del marchio del romano Federico Ciacci, Maison Demode, nato nel 2010.

Le sue t-shirt sono la rappresentazione di una creatività che unisce una passione autentica per il fashion e per la natura, in egual modo. Finalmente non si tratta di prodotti fini a se stessi ma ogni creazione fa riferimento a valori come l’amicizia, l’amore e l’equilibrio, ovviamente senza danneggiare l’ambiente.

Tutto questo condensato di riferimenti non si è manifestato a caso: nasce infatti dall’adesione alla cultura buddista, che traspare chiaramente dalle sue stampe. L’invito è di rispettare il prossimo, se stessi e vivere una vita all’insegna della libertà.Ah, e una parte dei ricavi viene pure devoluta a sostegno dell’Onlus. Finalmente qualcosa in linea con la nostra mission esiste.

Per concludere il tema di oggi, ti lascio con una bella carellata di foto dell’ Eco Fashion Week di quest’anno, ottava edizione, tenutosi a Vancouver. Non so a te, ma a me ha fatto riflettere.

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